Un ticket Conte-Salis per Palazzo Chigi. L’ex premier garantisce l’esperienza, la sindaca di Genova la novità. Un uomo e una donna, così si assicura la parità di genere. L’usato sicuro e il nuovo, glamour ma di sinistra. Il leader del M5S nel ruolo di garante del ruolo, perché a Palazzo Chigi ci è già stato, l’emergente di Genova come nuovo volto del centrosinistra, amata dai riformisti, ma anche a sinistra. Sneaker e Bella Ciao. Techno in piazza, ma politiche di sinistra. L’avvocato e la sindaca, la competenza e il territorio. È l’idea, spericolata, che sta maturando in queste ore nel sotterraneo e ampio fronte di quanti (non solo nel M5S) lavorano perché Conte ritorni a Palazzo Chigi. A conferma di quello che, l’altro giorno, Elly Schlein riconosceva davanti alla direzione del Pd: «C’è un pezzo di establishment», diceva, che «mal sopporta» l’idea che a Palazzo Chigi vada una donna, quarantenne, che ama un’altra donna, progressista. Il problema — omesso da Schlein per evitare zizzania — è che buona parte di quell’establishment è nel centrosinistra, come dimostra la discussione che sta avvenendo in queste ore.
NIENTE GAZEBO
Il primo mattone che viene demolito sono le primarie. Quelle che anni fa, nel Pd, si sarebbero dette normali, di prassi, per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Ultimamente erano definite “inevitabili”, un male ma necessario. Da alcuni giorni, parlando di primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra, si è aggiunto- novità- che sono «una delle possibilità». Non l’unica e nemmeno la preferibile. È stato ancora Conte (che dopo il referendum sulla giustizia le aveva rilanciate) ad aprire a un altro metodo, quello delle elezioni regionali. Non occorre fare le primarie. Molto meglio, ha detto, è fare un accordo tra leader per trovare il «candidato più competitivo». Ieri il carico da novanta sulle primarie (metodo con cui era nato il Pd) l’ha messo Angelo Bonelli , Avs, ribadendo, a AdnTalks, il podcast di AdnKronos, che sia lui sia Nicola Fratoianni lavorano «affinché si arrivi a un’intesa politica» per la scelta del candidato premier del centrosinistra, non utilizzando lo strumento delle primarie, che invece, ha detto, non è «adeguato in questa fase». Anche se Bonelli e Fratoianni lo dicono a difesa di Schlein, più che di Conte, preferendo la segretaria dem a Palazzo Chigi. Così come tanti nel Pd, a cominciare dagli ex Articolo 1, convinti però che le primarie finirebbero per mettere in difficoltà Schlein. Da decidere, poi, è anche il nome della coalizione. Bonelli, ieri, ha proposto «Alleanza per il Paese e per la pace». Schlein fin qui l’ha definita «la coalizione dell’alternativa» o «alleanza progressista».
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Conte preferisce quest’ultima definizione, non riconoscendosi nella categoria di sinistra. Ma il dilemma lessicale è meno importante di quello su chi guida. E su quale metodo utilizzare per la scelta. Dopo due mesi a parlare di primarie, sembra dunque che in molti vogliano rinunciarci. A cominciare da Conte, che per primo le aveva rilanciate. La conferma che, nel M5S, le primarie stanno finendo nel cassetto è arrivata da Dolores Bevilacqua , altra esponente Cinquestelle: «Sul campo abbiamo diverse possibilità», ha detto ieri. «Delle primarie non è stato sicuramente il presidente Conte a parlare per primo e non nel momento in cui era stato sollecitato ha detto che è disponibile. Così come non è per noi preclusa la possibilità di raggiungere l’intesa su chi interpreterà il programma, che è il punto centrale, al meglio per i cittadini». Ma chi sarebbe il miglior “interprete”, il candidato “più competitivo”, per usare le parole pronunciate l’altro giorno dal leader del M5S? L’ex premier, non è difficile immaginarlo, pensa a sé, forte dell’esperienza che, unico tra gli aspiranti a Palazzo Chigi, può vantare. Ha dimostrato di poter governare il Paese e peraltro in uno dei momenti più complicati della storia repubblicana.
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INDIZI
Chi altri, a sinistra, può dire lo stesso? Ma, e questa è la novità, potrebbe decidere di fare coppia con qualcuno altro. Chi? L’indizio è contenuto nell’intervista che, ieri, Goffredo Bettini (esponente ancora influente nel Pd, oltre che consigliere di Conte) ha rilasciato a La Stampa: Silvia Salis federatrice del centro?, gli hanno chiesto. «Se accettasse», ha risposto, «sarebbe una novità dalla quale non si potrebbe prescindere. Sarebbe oggettivamente una marcia in più per il nostro campo». E poi: «Per come la percepisco, quel ruolo le sarebbe perfino stretto. È una figura più trasversale, popolare anche a sinistra». Così trasversale che sarebbe perfetta per rappresentare tutta la coalizione. Non solo il centro. Che poi è quello a cui la stessa Salis punta. Qualche tempo fa si è incontrata a Genova con Conte. Ne avranno parlato? Bettini un segnale lo ha mandato. Salis è “figura trasversale”. E le parole di Bettini di certo non sono casuali.
