Vicenza, ladro incastrato 13 anni dopo grazie alla banca dati del Dna

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Tanto per essere chiari: avevano portato via addirittura delle schede telefoniche (ma chi le ha più viste?) e delle tessere di ricarica per cellulari (praticamente reperti archeologici nell’epoca dei pagamenti digitali). È che era il 2013 e, da allora, quel maxi furto per i tempi mica da scherzo, al centro commerciale Emisfero di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, rischiava di restare un cold case all’italiana: tanto clamore, circa 20mila euro di refurtiva trafugata in più di un negozio, la sola certezza che i malviventi erano passati dal tetto, avevano forzato un lucernario e una griglia in metallo di protezione, e il buio assoluto. Un colpo spettacolare sì, magari un po’ da film: ma che aveva lasciato col cerino in mano investigatori e commercianti. Fino a oggi.
Sono passati tredici anni epperò (quantomeno) un nome adesso è saltato fuori. Merito della scienza e dell’analisi forense, un settore nel quale un decennio non è un battito d’ali, è un’era geologica: criminali, truffatori, delinquentelli da strada o banditi di professione state attenti, qui (mica solo a Bassano) si può riaprire ogni cosa. I test sono sempre più accurati, le analisi son sempre più sofisticate, le possibilità di indagine sono all’avanguardia: e infatti, il mariuolo acrobata del Veneto, che in realtà è un rumeno di 45 anni, peraltro già noto alle forze dell’ordine e senza una fissa dimora, è stato individuato e rintracciato grazie a una traccia di dna.
L’aveva lasciata nel 2013, è stata processata nella banca dati nazionale nel 2026: corrispondenza, match, beccato. Ora ha una denuncia a piede libero per furto pluriaggravaLa Banca Dati Nazionale del DNA è un archivio elettronico centralizzato istituito per raccogliere e confrontare profili genetici to in concorso, mancano all’appello i suoi complici su cui si continua a lavorare ma giustizia (in un certo senso, quello sostanziale) è fatta.
Il tempo fa miracoli, lenisce i dolori e riappacifica i torti:tuttavia non cancella le tracce (fisiche) delle malefatte e saranno pure microscopici, invisibili a occhio nudo o piccini piccini, ma quei frammenti di materiale biologico son sufficienti, sono rilevanti, restano del tutto non trascurabili. Citofonare ai carabinieri dei Ris di Parma per conferma (sì, c’è il loro zampino anche a Bassano).
Il dna, la “prova regina”, croce e delizia di ogni avvocato penalista (dipende da come gioca nel processo): da Garlasco ai test per la paternità che son diventati quasi una moda; e poi quella banca-dati, che in realtà è un immenso archivio, che ha regole sue, che benedetta che c’è altrimenti sarebbe più complicato. D’accordo, ma come funziona?
Funziona, in fondo, come si vede nelle serie su Netflix: serve un riscontro. Tu hai in mano la provetta di un profilo “ignoto”, cioè hai raccolto del materiale da una scena del crimine, e lo confronti coi profili “noti” che sono stati prelevati a chi viene arrestato o finisce in carcere. Non è un’operazione che fai manualmente, c’è un sistema che agisce in maniera automatica. Questa banca dati è nata con la legge numero 85 del 2009, ma è diventata operativa solo nel 2016 e viaggia su due binari: i campioni biologici sono custoditi dal Laboratorio centrale del ministero della Giustizia, l’archivio informatico è al Viminale.
Soprattutto si tratta della prima banca dati «anonimizzata» delle forze dell’ordine: a spulciare le sue cartelle, infatti, non ci si imbatte in nomi e cognomi, semmai in codici, e vengono analizzati esclusivamente i tratti non codificanti del dna, quelli che servono a identificare una persona ma non dicono nulla delle sue malattie o del colore dei suoi occhi (tra l’altro, non serve soltanto a inchiodare i colpevoli, incrocia i profili anche delle persone scomparse).
L’ultima relazione trasmessa al parlamento dice che a fine 2024 i profili schedati erano 114.774, quasi 18mila in più rispetto all’anno pretendete (per un significativo più 17,8% in dodici mesi), e le tracce “ignote” a cui è stato dato un nome circa 4mila. Spesso viene utilizzata nei furti (quattro riscontri su dieci riguardano questi reati, circa due su dieci le rapine e solo uno su dieci gli omicidi).
C’è, chiaramente, il lato delicato della faccenda perché un archivio che conserva il codice genetico dei propri cittadini ha bisogno di paletti e regole precise in uno Stato di diritto: i profili restano incamerati al massimo per quarant’anni, i campioni biologici per venti e (ci mancherebbe il contrario) in caso di assoluzione definitiva le tracce vengono cancellato e il campione distrutto. Non è una schedatura a vita, è uno strumento (utilissimo) con una data di scadenza (giustificata).